eremo2Cose belle, modi civili

OLOGRAMMA

 nottecenteri[1]
 
 
 
 
Il ritorno a casa con le gambe di piombo, una variante della parola impronunciabile a occuparmi angosciosamente la testa.
 
Non rimaneva che un autorevole consiglio, datomi a braccia disarmate: i progressi erano continui ovunque, ma era difficile seguirne quotidianamente il fronte di sviluppi, vastissimo in tutte le articolazioni, perciò era bene che mi tenessi aggiornato con tempestività anch’io, esplorando costantemente in rete il mio caso particolare. E se venivo a sapere qualcosa prima di loro potevo consultarli.
 
Ogni tanto provavo. Naturalmente i tentativi andavano a vuoto, era chiaro che non ci fossero speranze. Ma trovandomi ancora a comunicare via computer col mio ex ufficio per un paio di questioni, ci andava autonomamente la mia mano nelle pause.
E le pagine di clinica specifica rimanevano le stesse lette la prima volta, compreso il corollario dei richiami. Nulla che non fosse già noto. Decisi di non tornarci più, inutile che mi prendessi in giro.
 
Decisione che presto mi rimangiai, giornali e notiziari mi spazientivano, la navigazione vacua pure, i solitari dopo un po’ diventavano insopportabilmente oziosi.
 
Ripresi a visitare la voce in modo meno ossessivo.
Dopo alcuni insuccessi vidi infine una piccola novità, nell’appendice degli indirizzi nazionali, colpiva perché lampeggiava: unicamente un nome, senza ulteriori indicazioni tranne la sigla di provincia, che lasciava intendere una località. Cliccai ma il nome scomparve.
 
Appurai altrove che corrispondeva a una minuscola frazione montana, con una settantina di numeri telefonici.
Tra quelli pubblici un albergo che ne aveva sei, poi tutte utenze singole, due o tre esercizi commerciali, uno studio notarile, il resto privati. Niente che facesse pensare a istituzioni sanitarie. Forse il toponimo s’era inserito accidentalmente e il clic l’aveva dissolto. Andai a verificare, invece no, era riapparso pari pari, cliccai, sparì ancora.
 
Telefonai a quell’albergo per avere informazioni, la soluzione migliore. Fui cauto, evidentemente se anche esisteva un centro come quello che cercavo non si faceva pubblicità, probabile che altrettanto valesse per strutture collaterali che ne potevano dipendere.
Al termine del colloquio mi convinsi che le cose stavano proprio così, e spinto anche dalla notizia di una ferrovia locale prenotai, di guidare io ormai non me la sentivo più.
 
Arrivai a tale conclusione dopo aver ascoltato una voce femminile della reception cortesemente didascalica, che mi aveva ragguagliato subito sulla natura appartata del villaggio, alieno dalle consuete attrazioni turistiche e distante da piste e impianti invernali, una deterrenza che per me invece era assolutamente incoraggiante. Sentendo che rimanevo in ascolto aveva proseguito.
Situato alla sommità di un valico, con popolazione di due o trecento anime, offriva quiete, aria buona, e la qualità della loro ricezione, improntata al massimo conforto naturale, ma dotata di moderni servizi per ogni esigenza e buona ristorazione.
Quindi cenni sbrigativi sui collegamementi, inopportuno chiedere altro se non la disponibilità, che a fine novembre davo per scontata. Neanche per idea, una stanza si sarebbe liberata due giorni dopo. Fissai, se poi mi sbagliavo pazienza, meglio che restare a guardare la parete. Eppoi non erano troppe sei linee telefoniche lassù?
 
Il treno rallentò, usciti da un’interminabile galleria la mattinata luminosa era un ricordo. Mi preparai, arrivavamo puntuali.
Un predellino alla volta guadagnai il marciapiede. Fischio, verde, i vagoni mi sfilarono davanti inghiottiti dalla galleria successiva, un vento gelido mi distolse dalla fuga intermittente del fanalino.
 
Spirava tra quinte incombenti di roccia e una nuvolaglia minacciosa dal varco dietro la stazione, battuta in singolare contrasto da un residuo di sole, come più in là una carrozza motrice che riluceva al getto di una pompa d’acqua, in una banchina separata, doveva essere la mia coincidenza, prevista per quindici minuti più tardi.
Attraversai i binari, entrai nell’edificio, ne ebbi conferma chiedendo allo sportello, dove seppi che essendo una tratta in concessione si pagava a bordo. Aspettai al caldo, consultando gli orari.
Un annuncio, alla relativa campanella una giovane col baschetto rosso si alzò, stracciò un biglietto, gettò i pezzetti nel cestino, prese il bagaglio e uscì, inciampando sulla soglia senza danni. Sopraggiungeva un regionale, che ripartì subito.
Poco dopo mi mossi anch’io, in direzione del marciapede retrostante.
Salito in vettura ritrovai inaspettatamente quella passeggera come compagna di viaggio, il suo copricapo spuntava da uno schienale.
 
L’inizio fu parallelo a un corso d’acqua dai bordi ghiacciati, poi la salita, in forte pendenza lungo un costolone. La repentina voragine del panorama svanì nella nebbia, più nulla. Chiusi gli occhi, cullato dal tran tran dell’arrancare.
 
Li riaprii con la sensazione di aver sentito qualcosa, forse la percezione della fermata, fuori era notte, fiocchi che brillavano un istante si stampavano sul finestrino.
Il baschetto non c’era più, altri sonnecchiavano, mi venne incontro il macchinista, s’accertava che mi fossi svegliato, ero a destinazione.
Mi affrettai, scesi con lui, che stava scaricando dellecassette di merce, lo seguii. Le appoggiò su altre sotto una tettoia e mi salutò. Il trenino riprese la marcia, il silenzio si fece assoluto.
 
La neve vorticava nel raggio di un lampione.
Il vuoto dell’eternità si poteva sperimentare anche in una manciata di secondi.
 
Un’auto, sì, distintamente, si avvicinava. Al di là della staccionata comparvero i fari, era un furgone, si fermò davanti.
Ne smontò una ragazza, munita d’ombrello e carrellino mi lanciò un rassicurante benvenuto.
 
Si chiamava Erminia, occhi azzurri ridenti ciocche bionde dal cappuccio. Sciolta e informale disquisì sul pescato giunto con me, incassettato sotto vuoto e spedito in giornata, e su un vino caro allo chef.
 
Guidava con abilità, si vedeva poco nelle folate di tormenta, i tornanti erano impegnativi.
Imboccò un sentiero, superato un cancello infilammo le luci alonate d’un viale, punteggiate fittamente di bianco, infine la costruzione, col tetto aggettante da cui spiovevano festoni sfarinati, e la vetrata invitante dell’ingresso, termicamente immune.
 
L’interno climatizzato, deserto, su pareti e controsoffitto cristalli liquidi a miriadi, sciami più o meno intensi, di effetto riposante.
Erminia volle scarpe e giaccone da asciugare, mi fornì di ciabattine, si liberò a sua volta della tuta sul retro della reception, riapparve scolpita in calzoncini laminati, a piedi nudi.
Dalla teca numerata prese una card, che aveva delle caselle colorate, fece strada col suo incedere poderoso.
Era una chiave elettronica, toccando il blu chiamò l’ascensore, che ci portò in un vano dalle pareti screziate in riquadri. Appena vi accedemmo la porta si richiuse, un’altra mimetizzata nelle finte marezzature si aprì a sinistra su un corridoio. In fondo anta scorrevole 103, la mia stanza, di calore immediato, seppure in linea con la modernità dell’insieme.
 
Per il ristorante il rosso, la ragazza mi dette la card, cordiale pressione sulla mano, se avessi avuto bisogno di lei giallo. Andò.
 
Grande sorpresa nella sala dove mi trovavo entrò la passeggera del baschetto, in abito lungo aperto su un lato, anche lei a piedi nudi, come tutti meno me, che in ciabattine avevo ancora il crisma del parvenu. Libertà balneare fuori contesto la loro, in accordo con un modo di vestire disinvolto ma di gusto.
Venne a sedere in un tavolo di fronte, di poco sfalsato dal mio, fra ali di occhiate compassate, che per discrezione sembravano non ignorare né vedere. 
Incrociai il suo sguardo per la seconda volta nella giornata, lampo ceruleo che lasciava il segno dileguando, ossimoro del sensibile.
 
Servizio affabile, bontà sbalorditiva delle portate e dei vini, anche per un inappetente che da tempo ormai andava a minestrina e formaggino, tanto che assaggiai di tutto, e finii con un calice da dessert semplicemente stellare.
Stentavo a capire dove mi trovassi, non me ne importava un accidente perché stavo benissimo.
Lei se n’era appena andata, mi alzai anch’io, leggermente euforico.
 
L’uscita a vetri della sala immetteva in un disimpegno chiuso, che funzionava con la tessera, caselle attive erano blu e verde, con la prima tornavo in camera, con la seconda non sapevo, provai un attimo per curiosità.
Si aprì una porta su un breve corridoio, avanzai, si richiuse, se ne aprì un’altra su una saletta da concerti affollata, sul palco suonava un quartetto di archi, irradiato di luce.
Riconobbi il brano, viennese di fine ‘800, già carico d’inquietudini formali. Esecuzione ottima, ma non mi andava di sentire. Così mi sottrassi piano piano e premetti blu.
 
Percorso inverso, recuperai la stanza felicemente stanco, sicuro di prendere sonno senza l’aiuto di schifezze.
 
Mi addormentai con il risveglio dell’ultimo dei miei pensieri, alla ribalta dopo un pezzo, naturalmente velleità, eppure incalzanti ed equamente distribuite, l’esuberanza saura d’Erminia, uno spettacolo plastico al passo con metà sedere fuori, e gatta l’altra del baschetto, iride rifrangente, il graffio dallo spacco della coscia.
 
Il primo graditissimo caffè dal vanetto calapranzi sopra il comodino, opzione il resto della colazione in sala, optai e mi stirai.
 
Anche la finestra aveva i suoi pulsanti, governavano la tendina elettronica incorporata al vetro, dissolvente assolvente o intermedia come si voleva, più o meno schermante. In trasparenza sole e alberi innevati, abbassai un poco, andai a una comoda doccia in microgetti che faceva tutto, dal sapone al risciacquo.
 
Brioche marmellata di mirtilli filino di burro di malga decaseinato e bricchetto, ciò che scelsi fra una distesa di proposte allettanti dolci e salate. Roba buonissima, in linea con la qualità generale, che in rapporto al prezzo stupiva.
Seduta al suo posto ancora lei, sportiva e deliziosa, colse che fossi anch’io a piedi nudi con un’impercettibile vena di sorriso.
 
Prima m’ero imbattuto in Erminia, la strada e una scorciatoia erano state spalate. Le avevo confermato la mia permanenza, semmai fossi rientrato in ritardo.
La quasi dirimpettaia ripiegato il tovagliolo dardeggiò e disparve, potevo tentare la passeggiata.
Nel vestibolo ritrovai le scarpe, armadietto centotre, calze pulite andai.
 
Lungo la strada fiancheggiata dalla ferrovia si estendeva l’agglomerato di casette, con succursale postale, minimarket e un negozio
di abbigliamento di cui mi era rimasto impresso il nome in neretto sull’elenco, ‘I Molem’, che non mi aspettavo così ricco, con belle vetrine e un vasto interno.
Entrai, anche per scambiare due parole e cercare di sapere, chiesi di una camicia di seta in esposizione, blu su pantaloni bianchi, per adeguarmi all’atmosfera dell’albergo.
Venni in discorso con i titolari, fratello e sorella, cortesi, rosei e di chioma argentea. A eccezione d’una rimessa della forestale fuori dell’abitato non c’erano costruzioni, le prime s’incontravano parecchio più giù, a fondovalle.
 
Risalii, fermandomi ogni tanto a rifiatare. Alla reception non c’era nessuno, andai alla scarpiera, poi blu e ascensore. Lasciate le buste degli acquisti finalmente potei sdraiarmi.
Respiravo a fatica, poi mi sembrò di sprofondare in un sonno abissale con tutto il letto, come se discendesse, e di sognare che sotto lampade scialitiche dei camici attorno si prendessero cura di me.
 
Ristorante pieno, andai al mio tavolo, il solo libero. Lei non c’era, il posto occupato da altri. Invece poco dopo si presentò.
Mi chiesero se potevo ospitarla, ne fui ben lieto. Si chiamava Viola.
Si era attardata ai bagni pensando di mangiare un panino, poi però letto il menu di mare aveva cambiato idea.
Che tipo di bagni evitai di chiederlo, non volevo fare la figura dello sciocco, avrei cercato di scoprirlo dal solo, così come intendevo scoprire da dove venisse quella gente, che riempiva anche la sala attigua al di là della vetrata, dove si moltiplicava un sapiente gioco di luci che preservava l’intimità, ma non si avvertivano macchine o viavai.
 
Difficile pensarli tutti residenti nell’albergo, che da fuori non era un mastodonte, o supporli pendolari della gastronomia su rotaia. Quantunque timballo d’ostriche e caciotta o cappesante in crostolina di lardo avrebbero giustificato un pellegrinaggio in ginocchio.
 
Il mattino dopo bevvi solo il caffè, e uscii di stanza premendo celeste. Provvide l’ascensore, avevo indovinato.
La piscina termale era grande e frastagliata, i bagnanti si disperdevano nudi.
Un’acqua d’immediata percezione salutare, dopo la quale mi prese in consegna Erminia per un massaggio.
Si professava angelo custode, ma invece di ali canottina puntuta e taglia atletica. In effetti lo era.
Anche nell’intimità senza falsi pudori, estendendo il beneficio delle mani al proibito quando mi voltai supino. E certo potendo non le avrei mancato di rispetto con secondi fini pensavo, mentre il suo solerte indugio mi smentiva, facendomi recuperare sensazioni che ritenevo perse.
 
Le stesse inaspettate del pomeriggio, dopo un’ultima vasca, quando issandomi in un anfratto incontrai Viola stesa a leggere, il suo accappatoio sotto la pancia per cuscino, il mio ad asciugare più in là.
Mi salutò puntellandosi sui gomiti, micidiali le fossette di riflesso al fondoschiena che sortirono un effetto imbarazzante, me ne vergognai ma lei divertita lo trovò un bel complimento, peraltro il suo carnato latteo ne meritava diversi.
Pat pat accolsi l’invito sedendole vicino. Forse i capelli non erano i suoi, non importava, l’intensità degli occhi compensava. Rimanemmo a parlare per un po’, lei la seconda volta che veniva. Acque e trattamenti di cui si giovava in un ambiente libero d’impacci ma di rara discrezione, la complicità dello star bene, del prendersi cura del corpo e del suo appetito per cibare la mente.
A quel proposito visto che era ora di mangiare prese la sua card e la puntò verso la parete premendo rosso. Sul pulviscolo di cristalli liquidi si disegnò un riquadro, comparve il menu del ristorante. Lo studiò, in alternativa mi propose la pizza.
 
Arancione, l’ascensore ci portò nel solito cubicolo di disimpegno, porta per un breve corridoio, chiusura, la successiva ci introdusse in un ambiente allegramente popolato, scalette e passaggi spartiti da vetrate, dietro cui in una centrale di particolare evidenza luminosa si suonava jazz dal vivo, con un contorno di entusiasti.
Ci tenemmo periferici, buona musica, ma per continuare a conversare ci bastava un’eco moderata.
 
Lei disegnava meridiane da giardino, con quadranti estesi a piante e stagioni, un matrimonio finito, io consulente di brevetti, scapolo.
La conversazione toccò diversi temi, nulla però che si riferisse all’albergo, alle contingenze.
Anch’io evitavo, non volevo sciupare con argomenti rinviabili una situazione che mi piaceva.
Eppoi per le domande più immediate le risposte erano abbastanza evidenti, a partire dalle sorgenti del sottosuolo e dalle cavità naturali che dovevano aver originato il complesso, con spazi e volumi intelligentemente sfruttati. Quanto alla parsimonia di informazioni non era interesse di nessuno pubblicizzare troppo il luogo, che aveva già una sufficiente schiera di affezionati. E circa le regole interne si lasciava alla scoperta individuale il gusto delle sorpresa.
 
Anche lei il blu per la sua stanza, ci trovammo a fare la stessa strada, stava quasi di fronte e non lo sapevo, numero 46, m’era sfuggito. Mi rivolse un abbraccio affettuoso, ci salutammo.
 
Al mattino ci incontrammo a colazione, mi ospitò al suo tavolo abituale. Al termine mi invitò ad accompagnarla.
 
Due volte verde sulla sua card, un percorso più lungo dei consueti, pervenimmo in una serra. In precedenza, quando avevano saputo della sua inclinazione botanica l’avevano messa al lavoro, a curare l’angolo delle spezie. Si era prestata volentieri. Poi durante la sua assenza avevano seguito i suoi precetti, le cose sembravano andar bene ma ci voleva qualche piccolo intervento.
Mi chiese se volevo fare qualcosa del genere, di utilità collettiva, naturalmente nel mio campo.
Blu e verde, avrei trovato la mia strada. Ci rivedevamo in piscina.
Lasciai quel piccolo eden rigoglioso, andai con leggerezza di spirito, attratto dal suggerimento ma anche perplesso sulle mie possibilità. In che modo essere d’aiuto?
 
Me lo disse una signorina civettissima in prendisole, di cui mi parve di riconoscere la voce professionale, doveva essere quella che a suo tempo mi aveva risposto al telefono.
Tempo che mi sembrava lontanissimo. Da quando ero lì? Tre giorni, le risposi.
Guardò sul computer, monitor e una tastiera virtuale proiettata davanti. A lei ne risultavano cinque. No, ero arrivato il ventidue. Appunto, eravamo al ventisette. Mostrò il datario.
Non la contestavo, prendevo solo atto d’aver fatto un paio di lunghissime dormite. 
Solo che non ne avevo nozione, come gli altri clienti avevo riposto telefonino e orologio, quotidiani e telegiornali li avevo inconsapevolmente quanto accuratamente evitati, e scivolando in un provvidenziale risarcimento dell’insonnia avevo perso il conto.
 
Uscii, luce grigia, feci una passeggiata tra i larici circostanti, il resto ancora sotto la neve, in un magnifico silenzio. La signorina mi aveva impegnato a tenere un paio di conversazioni per illustrare il mio campo, profilo tecnico giuridico del brevetto la prima, aspetti di diritto internazionale sul tema la seconda. Edotta sul mio lavoro aveva dato lei i titoli, stabilendo l’esordio per due sere dopo in aula magna.
 
Arrivato a un boschetto di betulle tornai indietro. Mi dovevo preparare, vero che fosse la mia materia, ma farne una sintesi significativa richiedeva lavoro, anche se non capivo a chi mai potesse interessare.
E non mi doveva più succedere di dormire troppo, avrei fatto una pessima figura a saltare l’appuntamento. Problema che mi turbava, per il quale avevo comunque un’istintiva resistenza, infatti incontrando Erminia che rientrava coi giornali non volli vederne manco uno. Chiesi però alla ragazza una sveglia regolare mattino e pomeriggio, lei annotò. Poi con un sorriso dei suoi mi fissò per più tardi il massaggio in piscina, il cui solo annuncio m’invase di fermenti.
 
Guardai l’orologio sul fondo, si stava facendo tardi, Viola non veniva peccato, si sarebbe di nuovo lusingata del vistoso complimento dopo la sapiente manipolazione, come le due polpute bagnanti issatesi nell’anfratto, che mi avevano scosso dal torpore con gioiosi saluti e sorrisini.
Nascosi il mio esuberante compagno sotto l’accappatoio, presi un panino al bar, salii in camera, oltrepassando con qualche esitazione quella di fronte.
Carta e penna alla scrivania cercai di raccogliere le idee. Non funzionava, mi stesi, rilasciando pensieri in libertà. Correvano per fattezze femminili, perdurando l’effetto non finalizzato di Erminia, e la rassegna includeva la signorina dell’ufficio, perentoria anche in procacità, ma si fermava alla stanza quarantasei.
Finché non decisi di chiamare.
Viola rispose, si scusò per l’assenza, aveva avuto da fare col notaio del villaggio, poi un dolore improvviso l’aveva paralizzata.
Perché non andavo a trovarla? Due volte blu.
 
Era sul letto, gli occhi che spuntavano da sotto il cuscino più incisivi del solito, quasi insostenibili. Mi avvicinai, chiesi cosa avesse, glissò, volle che mi sdraiassi vicino a lei, senza il mio sciocco accappatoio, si sollevò leggermente, il cranio lucido, privo di capelli. Qualcosa avevo intuito, ma non che fosse calva. Ispirava una grande tenerezza, il suo viso era un assoluto. Ebbi l’impulso di abbracciarla, mi trattenni, temendo di farle del male, le strinsi la mano, la sfiorai. Zitti per un po’, il mio stupido priapismo, quello sì, del tutto fuori luogo come un’offesa.
Chiese com’era andata, accennai all’impegno, ne era contenta, disse che probabilmente avrei trovato il tasto nero della mia card attivo in stanza, poteva essermi utile se avessi avuto bisogno di supporti informatici. Poi prese l’iniziativa con una carezza, restando immobile, e contando sulla mia delicatezza.
 
Avevo lasciato Viola a riposare, ero rientrato in camera, un turbine di emozioni, su cui a poco a poco era scivolato il sonno. Erminia mi svegliò nel pomeriggio.
Era ora che mi dessi un po’ da fare, ma non mi andava di alzarmi.
 
Mi ricordai del suggerimento, casella nera della card, provai sdraiato, puntando a caso. Accanto mi parve di sentire un lieve sbuffo, si materializzò un grumo di luce, grande come una noce, che rimase a mezz’aria. Conoscevo il principio, capii il senso di una lastra sul comodino, a più strati su un sostegno, sembrava una scultura, invece era una superficie riflettente. Faceva sponda a delle sorgenti laser, mimetizzate fra i cristalli liquidi delle pareti, e sviluppava immagini tridimensionali sospese, chiamate ologrammi. La tecnica si era evoluta, i mezzi impiegati apparivano veramente miniaturizzati.
Avevo letto che l’ultima frontiera consisteva nel rendere tali immagini sensibili alle interferenze, in modo che interagissero con l’ambiente.
Avvicinai un dito al grumo, che al contatto si dispiegò formando una tastiera virtuale, contemporaneamente in una nicchia oltre il fondo del letto comparve uno schermo della stessa natura. Era il computer che mi occorreva.
Facile adoperarlo, aprii, e mi misi a lavorare, scuotendo ogni tanto la testa di fronte alla meraviglia.
 
All’ora di cena Viola non s’era ancora fatta viva. Al telefono non rispondeva, non volli bussare. Scesi.
Mangiai da solo, c’era poca gente. Risalii presto, in corridoio ebbi una sorpresa, la stanza quarantasei non c’era più.
 
Casella nera riaccesi il computer, mi soffermai sul desktop, un’icona recava scritto albergo, aprii, due opzioni, la prima riguardava il controllo esterno, i quattro lati dell’edificio, il giardino, i vialetti, il cancello, e una costruzione che avevo intravisto al di là delle betulle, la seconda opzione il controllo interno, che alternava la porta della mia stanza al tratto di corridoio antistante, su cui utilizzando delle frecce direzionali potevo muovermi. Provai ad avanzare, la quarantasei proprio non c’era più. Andai fino all’ascensore, lo presi, fermai a caso e mi trovai in uno dei soliti vani di disimpegno. Si aprì una porta sulla destra, irruppe una coppia affannata, lui in smoking, spettinato e in disordine, lei trascinata per mano, denudata di raso fra strappi e rossori, si aprì la porta opposta, ripresero la corsa, si fermarono contro uno spigolo, lei s’inginocchiò.
A che fare inequivocabilmente un secondo dopo, mi ritirai, spiare non era giusto. Spensi, il respiro grosso anch’io.
 
Ero già sveglio, mi sentivo discretamente, lo squillo d’Erminia. Le chiesi della quarantasei, disse che non se ne aveva più notizia, mi fissò il trattamento in piscina. Insistere sembrava indelicato.
 
Tranne il massaggio, e le infallibili conseguenze ancora lodate come ripromessa dalle due polpute bagnanti nell’anfratto, trascorsi la giornata in camera, il pensiero ogni tanto rivolto alla sorte di Viola, alcune cose mi pareva di capirle, altre meno.
Scesi al ristorante rallegrato solo per il fatto di aver lavorato bene, stavo per avviarmi al mio tavolo quando colsi un cenno di saluto, le due donne della piscina, mi invitavano a sedere con loro.
Simpaticissime e burlone, quanto carnali.
 
Risalimmo insieme, occupavano una stanza subito prima della mia che non avevo mai visto, la ottantotto. Mi salutarono molto calorosamente.
La mia testa era altrove. Stanco presi subito sonno.
 
L’aula era quella del concerto, la conversazione ebbe successo, uscii ancora emozionato per l’attenzione e gli applausi, in pratica una conferenza, cui erano seguite domande estremamente puntute.
Al ristorante avevano preparato eccezionalmente una tavolata, mi dispiaceva che Viola non ci fosse.
Fu un contatto con gli astanti gradevole, che non minava la comune riservatezza. Tra i temi in discussione le iniziative dei giorni seguenti, una mostra sulle più belle architetture degli ultimi anni, un concerto di musica futuribile, la sagra del tartufo bianco.
 
Le ottantotto non si erano viste, c’erano però altre donne interessanti, compresa quella della coppia scarmigliata sorpresa nei corridoi, sembrava stare con un altro, il suo sorriso mi provocò più di un fremito. Anche perché in mattinata dato che tardavo era salita Erminia, che a un certo punto del massaggio l’aveva imitata.
Scambiammo la buonanotte, lasciammo gradualmente la sala, feci da solo la mia strada.
 
A letto chiamai il grumo di luce e accesi lo schermo, riportava un viso femminile, forse ripreso da una webcam, o qualcosa di simile, una signora di bell’aspetto, pallida e bruna con occhiali scuri, non è vero?
L’immagine dissolse. Potevo aprire, andai su controllo interno dell’albergo, opzioni, registro, digitai quarantasei Viola. Apparve però il controllo esterno, differito, luce diurna in giardino un’inquadratura procedeva verso il boschetto di betulle, lo superò, si avvicinò alla costruzione profilata dietro, squadrata e priva di finestre, si diresse sotto l’architrave aggettante dell’ingresso, oltrepassò l’apertura d’una vetrata scura, e altre d’infilata attraverso quadrilateri concentrici in muratura a cielo aperto. Giunse al manufatto interno provvisto di canna fumaria, aggirò una finestra a nastro riverberata di fiammelle, proseguì per un braccio opposto scorrendo delle urne, si fermò su una di esse, recava la foto che non avrei voluto vedere.
Il nome lampeggiava, ebbi la forza di cliccare. Lo schermo dissolse in un grumo assorbendo la foto, che si riordinò ed espanse nelle sembianze di Viola al naturale. Mi guardava dritto negli occhi, cominciò a parlare, disse dei suoi ultimi tempi, una storia non bella, come la mia. E della convinzione cui si era arresa, che il biologico fosse meno stabile di altri mezzi. Contenta di avermi conosciuto se mi lasciava era solo per continuare la mappatura. Sporse le labbra per un bacio, mi alzai, le corrisposi, disparve.
 
Mi distesi ad assorbire il colpo. Vagai con la mente, mi si chiarirono altri tasselli, la gente che si vedeva al di là delle vetrate, forse anche i concertisti, isolati sul palco, dovevano essere frutto della medesima tecnica. Difficile dormire.
Mi rialzai intenzionato a uscire, con una curiosità, se così si poteva chiamare, corrispondeva ancora a qualcosa il due volte blu che mi aveva portato in precedenza alla quarantasei?
Non fu necessario lasciare la stanza, provai la duplice opzione sulla card e si aprì nella parete una porta di comunicazione con quella vicina, le due ottantotto sembravano aspettarmi, tremendamente oscene, quanto invitanti. Affogai la tristezza nel morbido.
 
Il mattino seguente ero a prendere il trenino, mosso da una profonda ribellione.
Alla stazione dove mi aspettava la coincidenza ho visto lei, la stessa bella persona della webcam che mi era apparsa sullo schermo, occhiali scuri, un’onda nera di capelli sul colorito niveo. L’ho sentita informarsi sulla destinazione.
Ho stracciato il biglietto, sono uscito a precederla per farle da anfitrione. A proposito, se dovesse capitarle attenzione al gradino, ho inciampato anch’io. La ringrazio per l’intimità e l’eleganza, e mi perdoni se non riesco ancora a darle del tu.
Di più non so dirle signora, devo andare alla mappatura, come sa sono un semplice ologramma.
 
 
 
 
 
                                                FINE
 
 
 
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